ESCLUSIVA PSN – L’intervista a Sensibile: “Speriamo di conservare e tenere stretta questa categoria perché è un motivo per essere orgogliosi”

Ex difensore di Lecce, Roma, Lecco, Brindisi e con una breve parentesi alla Fiorentina, l’esperto calciatore italiano Aldo Sensibile si è reso disponibile a parlare e a raccontare, in esclusiva ai nostri microfoni, la sua vita e le sue esperienze. Noi lo ringraziamo per la disponibilità.

Buongiorno signor Sensibile! Lei ha giocato per tantissimo tempo a calcio, ha girato l’Italia sia come giocatore, sia come allenatore, ed è riuscito a totalizzare all’incirca 150 presenze tra Serie A e serie B, lasciando il segno soprattutto a Brindisi, avendo giocato nell’ultima formazione biancoazzurra capace di raggiungere la cadetteria. Cosa ci può dire a riguardo?

“Ci sono stato un po’ di anni nel calcio, dapprima come giocatore, poi come allenatore e dirigente. Ora però mi sento quasi disinteressato. Non è più il calcio che io ho vissuto o che immaginavo, sono un po’ distaccato, il calcio ora viene comandato solo dagli interessi e da personaggi che non hanno niente a che fare con lo sport o, per l’appunto, con il mondo del pallone. C’è rimasto mio figlio, ma anche lui ormai sta cercando di distaccarsi e ha deciso di non voler fare più il direttore sportivo. Non ho mai sentito dire da un presidente che si accontenterebbe della salvezza, tutti vogliono vincere, poi però vengono condizionati dai procuratori e dai personaggi che hanno altri interessi. Io ho avuto la fortuna di incontrare sempre presidenti molto bravi, ho avuto il presidente Rozzi, il presidente Jurlano, il presidente Fanuzzi, tutte bravissime persone. Ora invece ci sono presidenti che sono più dei personaggi”.

Il Brindisi penso sia stata la più bella esperienza. Io venivo da un grave infortunio, l’anno prima a Lecco mi spaccai tibia e perone, infortunio che negli anni 60 era considerato molto grave. Io ero in prestito dalla Roma ed il mio cartellino era in comproprietà con la Fiorentina, con cui io vinsi il Torneo di Viareggio nel ’66, il primo della storia della viola. In quel tempo non c’erano le classifiche avulse come ci sono ora, non c’erano Play Off e Play Out, se le squadre arrivavano a pari punti si dovevano giocare gli spareggi. Quell’anno, noi del Lecco, arrivammo a pari punti con Genoa, Messina, Venezia e un’altra squadra, che in questo momento mi sfugge, sfortunatamente poi nella prima partita contro i lagunari mi spaccai tibia e perone e da li saltò tutto il ritorno a Roma e il passaggio alla Fiorentina. Decisi quindi di rimanere un altro anno a Lecco, dove giocai un po’ di partite dopo il recupero, prima di approdare a Brindisi, dove poi rimasi 6 anni. Ricordo la squadra pugliese come una tappa per me importantissima, primo perché ero nel pieno della mia maturità fisica, e poi per l’accoglienza che io ebbi a Brindisi, fu una cosa stupenda, allora era tutto un altro mondo, era tutto un altro calcio. La c’è un amore per la squadra della propria città che è paragonabile al Napoli o al Lecce, sentivi il calore della città e della tifoseria, soprattutto dopo le vittorie. Mi raggiunse anche il mio caro amico Mimmo Renna, anche lui leccese come me, ma con un cammino opposto. Ci trovammo a Roma quando io ero nella squadra giallorossa e lui nella Lazio, a Varese quando lui era nell’omonima squadra e io al Lecco e infine a Brindisi, da dove poi abbiamo intrapreso diverse collaborazioni in panchina, ad Ascoli, a Lecce, di nuovo ad Ascoli e anche nella stessa Brindisi”.

C’è qualcosa che si potrebbe cambiare per poter migliorare il gioco del calcio i Italia?

“Quello che mi è rimasto nel cuore come dispiacere è l’incapacità, prima della Federcalcio e poi dei vari club, a non capire quanto sia importante il Settore Giovanile, cosa che una volta, pur essendo poveri, si curava molto, nel tentativo che potesse uscire fuori un ragazzo locale, tipo a Lecce con Brio, Causio, Russo etc.., cosa che invece adesso si trascura molto. Da quanti anni non viene fuori un giocatore giovane e forte? All’estero investono tantissimo su questo settore, qui in Italia invece ho visto molte Primavere che non hanno molti giocatori italiani. Noi eravamo la patria dei portieri, la patria dei difensori, adesso non abbiamo più ne gli uni e ne gli altri. Ora si vedono certi difensori che, anche in Serie A, commettono errori madornali che ti viene da uralre, errori di impostazione tecnico tattica, sono errori che  non vengono da una scuola tecnica, non hanno avuto un settore giovanile, una volta cresciuti di fisico e altezza sono mandati a giocare nelle serie maggiori. Sono tutti errori di cui si macchia anche la Federcalcio. Ora il Presidente della FIGC è Gravina, Gabriele è stato mio presidente quando lavorai come Ds al Castel di Sangro, è una persona abile, è capace e appassionata, io mi auguro che possa iniziare questo discorso con i settori giovanili. Negli anni ’60 la Federcalcio aveva istituito i NAG (Nucleo Addestramento Giovani Calciatori), ogni squadra aveva una scuola calcio e periodicamente veniva un istruttore federale a vedere se c’era un lavoro di base fatto bene, se gli istruttori erano validi, e da la poi sono venuti fuori i frutti, sono venuti fuori calciatori di grande livello”.

Bene o male quello che sta facendo l’Atalanta da qualche anno.

L’Atalanta ha avuto la prima fortuna di avere un grande maestro come Mino Favini, la medaglia d’oro la do però alla società, prima con Bortolotti e poi oggi con i Percassi, che hanno creduto sempre nei giovani, hanno fatto il villaggio per i giovani, hanno la foresteria per i giovani, hanno il tutor che segue i ragazzi che vanno a scuola, hanno la mensa, hanno i pulmini, questa è una cosa che ci invidia tutto il mondo e che ho rivisto soltanto in Olanda. Ma basta spostarsi anche in Svizzera o in Austria o in Belgio per vedere che il settore giovanile si sta evolvendo in positivo. Qui da noi invece no, stanno nascendo scuole calcio a macchia d’olio ma vai a vedere chi ci lavora e trovi il meccanico che ha libero il pomeriggio, il salumiere, che pur non togliendo nulla a loro, dovrebbero esserci allenatori qualificati ad insegnare qualcosa ai ragazzi. È vero, però, che questa è una generazione difficile, tutti i ragazzi già dai 12 anni sono abituati ad avere tutto, telefono, videogiochi, libertà, vespetta, soldi, e, alla prima difficoltà, perché il calcio ne è pieno, mollano tutto e fanno altre cose. Loro ora hanno la libertà di uscire con la ragazza, noi prima dovevamo uscire di nascosto. Ricordo ancora che Attilio Adamo, se ti vedeva con una ragazza, ti rincorreva e ti urlava di lasciare stare le ragazze e di concentrarti sul calcio. Ho ancora delle lettere storiche che mi scriveva Adamo quando giocavo in Serie A con la Roma, in cui mi diceva: “Tu sei un mascalzone, mi anno detto che frequenti una signorina, tu devi pensare solo al calcio…” . Adesso invece è cambiato tutto: quando facevo il direttore ho visto ragazzi di 18/19 anni che mi chiedevano l’appartamento perché convivevano con la propria ragazza”.

Lei, inoltre, è tra i giovani protagonisti che, durante lo sciopero dei calciatori del Lecce del 1965, scese in campo per giocare e sostituire i giocatori scioperanti.

“Lo sciopero fu un avvenimento importante nella mia carriera così come in quella di tanti altri calciatori come Donadei, Della Tommasa, Stomeo, Caldani e Causio, tra gli altri, ci permise di metterci in mostra. Portammo a termine il campionato, anche se eravamo già salvi, però giocammo con il cuore le 4/5 partite che ci furono concesse. Attirammo gli occhi di tante società come Roma e Sambenedettese, con quest’ultima che avrebbe voluto portare me e Causio a giocare nelle Marche, ma io non andai poiché avevo già sottoscritto un contratto con i giallorossi capitolini“.

Spostandoci invece sulla squadra attuale del Lecce, come vede l’andamento del campionato? La squadra giallorossa ha le carte in regola per potersi salvare?

“Hai toccato un tasto particolare. Penso che ci sia stata un po’ di presunzione generale perché nessuno ha capito che se in Serie B si gioca a pallone, in Serie A si gioca a calcio, e penso questa sia la differenza principale. Nella massima serie ci vuole intelligenza calcistica, capacità tecnico-tattiche, tante cose che dei ragazzi che hanno fatto da padroni in Serie B non hanno, e infatti hanno trovato queste difficoltà. La difesa andava potenziata meglio, Liverani sta facendo un buon lavoro, qualche partita però forse ha peccato di presunzione, potendo valutare gli avversari e adottare una strategia differente. Oggi se dovesse essere sospeso il campionato noi saremmo retrocessi, sono stati persi per strada diversi punti, abbiamo incassato tanti gol e a gennaio andava rivista un po’ la rosa, anche se sono stati acquistati due giocatori importanti a centrocampo. In difesa, però, andava fatto qualcosa in più. Questo è un peccato perché poi nella metà campo e nella trequarti giocano bene, in avanti c’è Lapadula che copre tutto l’attacco, non sarà un grandissimo giocatore, ma ci mette sempre il cuore. In generale, da leccese, do un giudizio positivo alla squadra perché comunque sta lottando per la salvezza, anche perché tornare di nuovo in B sarebbe un casino. Speriamo di conservare e tenere stretta questa categoria perché è un motivo per essere orgogliosi, anche perché oltre a Napoli e Lecce non ci sono altre squadre del Sud e già questo è un motivo d’orgoglio”.

Come si esprime su un’ipotetica ripresa dei campionati?

“Io dico una cosa per quanto riguarda questa situazione: secondo me, dovrebbero bloccare tutto, stoppare tutto e azzerare tutto, per poi ripartire a settembre. Eh ma c’è il Benevento, c’è la Reggina…non mi riguarda niente, purtroppo è successo. È inconcepibile ripartire a maggio, con partite ogni 2/3 giorni e senza pubblico. Anche perché ci sono più rischi riguardo ad infortuni e, inoltre, verrà poi peggiorato tutto perché ci saranno tantissime polemiche. Io direi di chiudere tutto e ripartire a settembre. Si fa la preparazione con i tempi giusti e si fa tutto per ritornare al meglio. C’è da considerare che i giocatori stanno fermi e che, pur facendo qualche esercizio a casa, non possono allenarsi sugli aspetti tecnico-tattici, con il pallone e con il gruppo, sarebbero pronti poi problemi fisici e di salute che in seguito rovinerebbero tutto. Anche perché non sappiamo neanche noi quando potremmo uscire per fare una passeggiata”.

Nel corso degli anni lei ha avuto a che fare con diversi allenatori, sia da giocatore, sia come vice. Quale tra i tanti le è rimasto più impresso?

“Ho avuto la fortuna di aver conosciuto Mimmo Renna, Sonetti, Bolchi, ma Boskov era un maestro di vita, era uno che parlava 5 lingue e che ha allenato dappertutto, in Olanda, in Francia, in Svizzera, in Spagna, in Italia, era uno che quando apriva la bocca ti lasciava incantato”.

Su Antonio Renna invece? Leccese DOC come lei.

“Mimmo Renna era per me un fratello, un padre, quando è morto ci ha spezzato il cuore a tutti. I miei figli sono cresciuti insieme ai suoi, mia moglie ogni giorno parlava al telefono con la sua”.

Spostandoci invece sul suo campo, come è cambiato il ruolo del difensore nel corso degli anni?

“Principalmente eravamo educati tecnicamente e tatticamente a fare i difensori. Si faceva un lavoro specifico, in quel tempo si giocava a uomo, tu dovevi giocare uomo contro uomo e se faceva gol il tuo tu venivi guardato male dai compagni. C’era un’attenzione e un’educazione tattica e tecnica di base superiore perché si lavorava per quello. Si lavorava sull’anticipo, sul saper portare sempre sull’esterno l’avversario e il pallone, ecco perché ora vedi degli errori che ti fanno rabbrividire, come lo spazzare il pallone centralmente. Questo importante lavoro che veniva fatto dai difensori è scomparso da quando è stata introdotta la marcatura a zona, la zona ha dato una maggiore importanza a un lavoro tattico di gruppo piuttosto che al singolo, prediligendo il fuorigioco e i raddoppi. Hanno, in un certo senso, snaturato quella che era la nostra forza. Una volta ci veniva assegnato un giocatore e quel giocatore andava seguito anche quando andava in bagno, ora, invece, la zona è la scelta tattica per non trovare mai un colpevole. Non è che sbaglia un giocatore perché perde il pallone, ma sbagliano anche i compagni o a dare il pallone al giocatore più coperto o a non seguire l’azione e fare 10m in più. Non c’è quella cultura tecnica e quella aggressività che c’era una volta. Ora tutti vogliono giocare la palla, tutti vogliono fare il Beckenbauer, tutti vogliono fare Scirea o il Krol, ma, bisogna saper capire e rispettare i tempi: c’è una fascia a circa 7/8 metri dall’area che si chiama zona di fuoco, poi c’è la zona costruttiva a centrocampo e la zona di realizzazione. Tu non puoi fare errori a limite dell’area di rigore, perdere palla e poi subire gol, perché poi io ti sbrano, non è possibile, è inaccettabile, e allora ecco che i tempi e le zone non sono stai rispettati. Noi eravamo prima degli assassini, dei marcatori, caratterizzati da aggressività e forza fisica, però avevamo anche competenze tattico-tecniche notevoli perché eravamo seguiti fin da piccoli all’interno dei settori giovanili.  Se sbaglia il portiere è gol, se sbaglia il difensore è quasi gol, questa è la differenza”.

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