ESCLUSIVA PSN – Pochesci: “La Serie C deve essere un trampolino per i giovani. Bisceglie? Ho un bel ricordo”

L'intervista esclusiva a Sandro Pochesci

Una vita tra i dilettanti e poi il grande salto prima in C e poi in B. Sandro Pochesci, ex allenatore di Ternana, Casertana e Bisceglie tra le altre, ha accettato la nostra proposta, rilasciando ai nostri microfoni alcune dichiarazioni.

Lei è un allenatore che si è fatto da solo, partendo dalla Prima Categoria e arrivando ad allenare fino in serie B. Quali sono gli obiettivi che spera di raggiungere e quali i rimpianti.

“L’obiettivo è la serie A, lo dicevo in Prima Categoria e lo dico ora che sono arrivato molto in alto, il sogno però deve essere completato, manca l’ultimo gradino, ma sono ancora giovane, ho speranza. Rimpianti nessuno, ho fatto di più di quello che pensavo. Sono arrivato a realizzare quasi un sogno, anche se sono convinto che se si fanno è perché si possono realizzare. Rimpianti quindi nessuno, fa tutto parte del gioco e delle nostre conoscenze, dalle sconfitte si impara, così come dagli sbagli delle persone che ho avuto vicino e di cui mi sono fidato. Sono orgoglioso di quello che ho fatto, è più di quanto mi sarei mai aspettato, sono contento così.”

Come vede la situazione campionati? Si riprenderà a giocare?

“Questa situazione è molto difficile però noi uomini di calcio ma ce lo auguriamo. Certo è per che non credo si possa arrivare fino ad agosto per non intaccare la prossima stagione. Si dovrebbe finire tutto entro le prime settimane di luglio per poi ripartire ad agosto con la preparazione. Penso che solo il campionato di Serie A possa avere questo, le squadre del nord dovranno spostarsi in un altra sede per giocare, si giocherà a porte chiuse, si faranno dei ritiri complessivi, la squadra verrà isolata e avranno campo, allenamento e trasferte a porte chiuse. Le squadre dalla Toscana in giù non avranno problemi a giocare nella propria sede, le squadre più a nord potrebbero giocare altrove, ci sono le isole, c’è la Puglia, c’è la Calabria, ogni squadra prenderà un campo adeguato e penso siano queste le precauzioni che verranno prese. Penso però solo in Serie A, per B e C la vedo dura, in tal caso saranno gli organi federali a stabilire poi promozioni e retrocessioni.”

Come vede la situzione in Serie C? Probabilmente è il campionato che più di tutti sta risentendo questo blocco.

“Il campionato di Serie C è la pecora nera, il figlio brutto di questo professionismo, dove di professionismo ha soltanto il nome, perché poi, se andiamo a vedere, il 70% dei calciatori ha stipendi da operai. La Serie C deve essere un trampolino per il giovane, deve essere la vera scuola dei giovani. Sicuramente ci sarà una riforma dei campionati, avranno modo per poter pensare a coma fare, 60 squadre ormai sono tante e ci sono tante proposte buone che ho sentito in questi giorni. La C non può ripartire, anche perché non c’è un grande volere dei presidenti. Si potrebbero fare le promozioni delle squadre che già ci sono e hanno un discreto vantaggio sulle altre, se ci sono dei posti poi si può dare un occasione alle squadre che hanno un certo spessore come budget, come pubblico e come importanza. Per il mondo dei dilettanti invece è un vero e proprio dramma, c’è da piangere. Sono stati abbandonati tutti: scuole calcio, attività di base, settori giovanili, impianti chiusi, negando un, seppur minimo, salario a certa gente che necessita di entrate per potersi mantenere. C’è molta gente che lavora in nero, c’è molta gente che pur essendo dilettante sta 7 giorni su 7 al campo, mi preme ricordare il magazziniere o i segretari o i tanti dirigenti. Tutti questi tagli che hanno fatto le squadre di A e con i contributi che devono pagare, magari lo stato potrebbe finanziare il mondo dei dilettanti. Ci sono i tecnici che valuteranno le varie situazioni, anche se della politica, soprattutto nel calcio, non mi fido molto”.

Il suo modulo vincente è il 3-3-1-3, modulo di cui ha scritto anche un libro.

“Il 3-3-1-3 non è un modulo vincente perché al mondo non c’è n’è uno e chi lo dice, dice bugie. I moduli sono tutti vincenti e tutti perdenti, la stessa squadra un anno vince il campionato e l’anno dopo rischia di retrocedere, ne è un chiaro esempio il Leicester di Ranieri. Il modulo serve per dare delle posizioni in campo ma noi sappiamo che il calcio è un gioco di movimento e quindi dopo 2 secondi cambia tutto. Non esistono i moduli, esistono i principi che sono la cosa più importante che va studiata. Ho scritto questo libro perché quando sono stato a fare il corso ho notato che interessava molto questo modulo agli addetti ai lavori e quando me lo hanno proposto l’ho fatto con molto piacere e orgoglio perché, non essendo laureato, la mia idea di questo modulo è stata diffusa. Insieme al mio amico e compagno di squadra e di staff, Daniele Persico, abbiamo creato questo libro, grazie poi anche all’aiuto del personale di Coverciano che si è occupato della stesura e del resto”.

Da dove è nata l’idea?

“L’idea è nata mentre vedevo i filmati delle mie squadre e mi accorgevo che attaccavamo sempre con 5 giocatori, rimanendo dietro sempre con un 3 +1. Attaccando con le 3 punte, il trequartista, i 2 centrocampisti esterni e con 4 in difesa, il mio era un gioco molto spregiudicato, ma è lo stesso gioco che adesso vedo fare all’Atalanta quando attacca con molti giocatori. I nerazzuri infatti hanno gli stessi numeri che avevo io quando avevo delle squadre fatte da me , che facevamo tanti gol ma ne subivamo tanti. L’Atalanta sta trovando col tempo anche quell’equilibrio giusto per subire meno gol, però le partite dei bergamaschi sono 6-3, 7-2, 5-2, 4-4, 3-2, insomma, un calcio in cui si intende fare un gol in più dell’avversario, proprio da qua è nata la mia idea. Un gioco superoffensivo, l’equilibrio non è derivato dal modulo ma da un gioco di squadra dove le distanze sono fondamentali. Quando il modulo ha le distanze giuste allora è un modulo che fa male, perché quando tu hai le 3 punte, la mezzapunta e due centrocampisti d’attacco, la squadra avversaria è normale che è costretta a difendersi con tanti uomini. Poi quando perdi palla se i giocatori hanno le distanze lunghe fanno più fatica a rientrare, questo è un difetto che può avere questo modulo. Ma ripeto, non è il modulo a fare la differenza ma è la squadra, e nella squadra conta anche il singolo giocatore, tutto si basa sulla qualità del calciatore, sulla qualità della giocata ma soprattutto su un gruppo che diventa squadra. L’emblema di un calcio perfetto era il Milan di Sacchi che con il suo 4-4-2 aveva queste tre linee in 25m, quando tutti i giocatori sono così vicini sia in attacco, sia in difesa, la squadra diventa dura da affrontare. Il modulo va in difficoltà quando la squadra perde le distanze e per evitare di perderle ci devono essere in mezzo al campo dei giocatori in grado di dare queste indicazioni. Per me un altra rivoluzione del calcio deve essere questa, fuori i moduli e dentro i principi, gli allenatori devono puntare a questo (attacco, superoffensivo, superdifensivo, attendista, di ripartenza, di palleggio etc…)”.

Sul futuro del calcio invece?

“Il futuro del calcio sarà un calcio tecnologico, vedremo i calciatori con dei piccoli microchip, che verranno guidati dall’allenatore. Tutti quanti i calciatori saranno collegati e il tecnico con un microfono darà indicazioni in ogni momento e anche con 100000 spettatori potrà raggiungere chiunque, anche se dall’altra parte del campo. L’allenatore che così anche da casa potrà fare l’allenatore, così si risolverebbe anche il problema del coronavirus e la distanza tra calciatori e tecnico. Una volta gli allenatori chiedevano il time out, ora io penso che nel 2030 il calcio sarà così”.

Ha allenato anche per poco tempo a Bisceglie, cosa è andato storto?

“Calcisticamente è stata un esperienza bella, ho conosciuto ragazzi con cui sono sicuro avremmo raggiunto buoni risultati. Quello che è andato storto non fa parte del mondo del calcio, quindi non mi va di parlarne, ci sono altre cose extracalcistiche di cui non sto qui a discutere ma comunque fanno parte di un percorso di crescita che un allenatore nella sua vita calcistica affronta. Di Bisceglie ho un bel ricordo, bello il paese, bello il mare, il lungomare bellissimo, la gente molto calda e accogliente, non ho mai avuto problemi neanche con la squadra. Anche questa è stata un esperienza e le esperienze sono tutte positive, perché io penso che dalle cose sbagliate che si fanno e dalle sconfitte, si può solamente imparare e crescere. Il mio esonero non fa parte del calcio, fa parte di altre cose di cui non mi va di parlare e soprattutto non mi va di far capire a queste persone il mio pensiero, che è il pensiero di un allenatore leale, onesto e che ha una parola”.

Ringraziamo vivamente Mister Pochesci e gli auguriamo le migliori fortune da allenatore.

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